09-02-2012 Saletta di via Breda
3° IL NON-SENSO

1° Non c’è senso nella vita se tutto finisce con la morte.

Questa non è “una semplice frase”, questa è “LA” frase, è un punto centrale di dottrina.

Va diritta al punto, arriva al nocciolo della questione senza tanti giri di parole. Affronta un tema delicato e te lo mette di fronte senza scappatoie: prima o poi morirò è innegabile, e connettermi con questo come minimo mi mette in crisi.

Leggendola, sento subito che qui c’è qualcosa di molto importante che però allo stesso tempo mi tende. Certo a volte mi dico “non tutto finisce con la morte”, sento che nulla avrebbe senso se finisse così, ma chi mi dice che in realtà questo non sia un modo di autoconvincermi?

In qualche modo mette tutto nelle tue mani, perchè sei tu a decidere se credere o non credere che con la morte finisca tutto, se dare o non dare un senso alla tua esistenza, quindi il libero arbitrio è totale.

Se mi dico che “la morte non è la fine di tutto”, allora mi metto nella condizione di scoprire che un senso esiste. Al contrario, se la considero come fine, assumono peso e importanza i sensi provvisori. Infatti, quando mi sento meno lucido o quando non sto particolarmente bene, mi immagino che tutto termini nell’oblio.

E se la vita acquistasse un senso, un significato, proprio grazie alla morte? Se vivessimo da immortali, forse il senso non esisterebbe o non lo cercheremmo con tanta perseveranza.

A volte mi immagino la morte come un portale che ci introduce a un altro “mondo”, in un altro “stato”. Allora vedo la morte come una sorta di “possibiltà che viene data a tutti”, chiunque deve passare da lì prima o poi e quindi tutti hanno l’opportunità di andare “oltre” se lo decidono, se lo vogliono profondamente.

In vita mio padre era sopratutto il suo corpo, le sue difficoltà e i suoi errori. Dopo la sua morte è nata la necessità di percepirlo in altro modo. Ho cercato di lasciar andare l’attaccamento al suo corpo, altrimenti avrei sofferto troppo visto che il corpo non esisteva più! Andare al di là del suo corpo mi ha permesso di non considerare la sua morte come la fine, piuttosto ha permesso anche a me di vedere oltre ciò che fa soffrire.

La certezza la posso avere solo con un’esperienza, la fede da sola non mi basta. Allo stesso modo è inutile cercare una spiegazione logica o intellettuale. Quel canale non dà risposte a questo tema, siamo in tutt’altro campo.

Ho paura di morire? Se dico di no sento di essere sconnessa, di non pensarci abbastanza in profondità.

Per cultura e insegnamento religioso, è cresciuta in me la certezza che la morte non fosse la fine… Ho iniziato a meditare sempre più profondamente: “Riccardo finisce… Ma questo essere che sento in me continua oppure è un concetto della vita stessa? Credo possa  andare oltre, ma se così non fosse? Però è indubbio che io arrivo da qualche parte e che la vita continua anche senza di me… Allora cos’è che continua?”… C’è qualcosa che sfugge alla mia logica! Questo essere che sento in qualche modo continua, ma con quale coscienza di sé?

Non è il corpo che continua, e non è neppure l’”io”, allora cosè? La nostra essenza? Forse un giorno ci sarà dato di saperlo, in ogni caso se è l’essenza che continua non può che essere una cosa molto buona e molto bella.

Al di là del mio “io”, posso dire che un essere mi abita, forse è quello che continua.

Il senso della vita per me è in funzione della formazione dello spirito, quel qualcosa che continua oltre me in non so quale forma e che continuerà il viaggio dopo la morte del corpo. Quindi, il senso della mia vita cresce nella misura in cui do un significato e cambiamo le mie credenze nei confronti della morte.

Nel paesaggio in cui mi sono formata, anche se la religione predicava che la vita sarebbe continuata dopo la morte fisica, il comportamento dei grandi diceva il contrario: tutto finisce; la morte è un tabù, meglio non parlarne; meglio tenere lontani i bambini da certi argomenti; a un funerale regna più la disperazione che la speranza… Allora cercavo di immaginarmi la mia morte, il punto in cui tutto finiva, e mi coglieva un’angoscia enorme, non riuscivo a sostenere quel pensiero. La sera nel mio lettino pensavo “non può essere così, un senso ci deve pur essere, se no che sto vivendo a fare?”.

Anche oggi mi è assolutamente difficile immaginarmi che tutto finisca davvero con la morte… vivere diventerebbe completamente inutile e insensato!

Ho la sensazione che, in questi ultimi anni, il timore che tutto finisca con la morte si stia indebolendo. E in effetti si sta approfondendo in me il senso della vita. Questo mi fa pensare che il percorso che ho intrapreso sia buono. Contemporaneamente, diminuisce in me la sofferenza mentre cresce la sensazione di unità. Insomma, tutto torna 

Non avevo mai visto la possibilità di scegliere se credere o non credere! E invece è così, io posso scegliere! Così come sto scegliendo di credere alla morte, posso anche scegliere di non credervi. Il solo prendere in considerazione questa possibilità fa fare un salto alla mia coscienza.

Mi chiedo se in qualche modo non mi  convenga credere che con la morte finisca tutto. Sembra paradossale ma in effetti se uno sceglie di credere che tutto finisce non deve modificare molto del tuo stile di vita. Tutto va bene, tutto è ‘lo stesso’. Se invece la vita non finisce con la morte… beh allora la vita deve cambiare, deve cambiare molto e conviene iniziare subito!

A volte accumuli oggetti materiali perché in questo modo ti sembra di sconfiggere la morte.

Le esperienze spirituali, o di contatto con il profondo, mi tolgono dalla finitudine delle cose materiali e mi supportano nella ricerca di un senso che vada oltre la morte.

Certo c’è il rischio di mettere in discussione quella esperienza, durante l’esperienza hai in qualche modo una certezza, poi resta solo il ricordo e rischi di ridiscuterlo.

È la prima volta che, dopo un interscambio, sento questa leggera agitazione. La sentiamo tutti e accompagna la sensazione di aver toccato temi molto importanti e profondi, di averli solo sfiorati… e già è bastato a connetterci con “l’unica cosa che conta”, l’abisso e ciò che lo oltrepassa.

Stare in questi temi e cercare delle risposte mi mette in una condizione talmente diversa da quando non li considero affatto. Aumenta un tipo di sensibilità, come se mi facessi carico del “totale” della mia vita.

Mi viene voglia di veder fallire tutti quei desideri che, come zavorre, mi tengono legato al piano medio.

Tutte le paure (di invecchiare, di restare soli, di perdere cose, persone…) che noi sperimentiamo quotidianamente sono in relazione al timore della morte. Sono un riflesso di quella Paura. La paura della morte ha a che fare con la radice ultima di quelle paure.

(Emanuela, Anita, Alessandro G, Riccardo)

02-02-2012 Saletta di via Breda, Milano

3° IL NON-SENSO

Scoprii, nel corso di molti giorni, questo grande paradosso: coloro che portavano il fallimento nel cuore poterono cogliere la vittoria finale; coloro che si sentivano trionfatori, si fermarono lungo il cammino come vegetali dalla vita opaca e scialba. Nel corso di molti giorni, io arrivai alla luce dalle tenebre più oscure, guidato non dall’insegnamento, ma dalla meditazione.

Non avevo mai visto così chiaramente come il fallimento di ciò che persegui perchè credi ti faccia felice, sia così prezioso e indispensabile per crescere. Solo quando fallisce e si svela l’illusione che ci sta dietro, riesci a vedere un Senso che sta più lontano. Se l’insogno non fallisce non puoi avanzare. Allora ringrazi davvero il fallimento e lo porti nel cuore, perchè senza passare da lì non avresti mai intravisto un nuovo Senso.

Nella vita di oggi, sperimentiamo fallimenti in continuazione. Però a un fallimento non corrisponde automaticamente un avanzamento, perchè uno potrebbe sostituire ciò che desidera con un altro senso anch’esso provvisorio.

Parliamo di desideri, di insogni, di sensi provvisori… Quando persegui un desiderio e lo ottieni, allora insisti di più. Se non lo ottieni ne resti deluso, ma non necessariamente lo vedi come un insogno o un senso provvisorio, non necessariamente lo superi ed a volte ci rimani perfino incastrato.

Quali sono i sensi provvisori? Ognuno ha i suoi. La coppia, il lavoro, alcune relazioni… cose con cui si compensa la mancanza di Senso.

Quando credi di aver superato e compreso un fallimento, a volte  ti accorgi che opera ancora. E’ un po’ come portarselo dietro, tenerlo sotto osservazione. Ma quando lo accetti e lo superi, ti si libera energia che ti chiarisce quello che vuoi. Poi fai altri tentativi, comunque vai avanti, sperimenti e a volte addirittura tenti una cosa pur sapendo che fallirà.

A volte non mi fermo e non mi do nemmeno la possibilità di scoperchiare quel che sta sotto ai miei fallimenti, perché mi fa paura, mi limita.

“Portare il fallimento nel cuore” significa dare un altro significato e valore al fallimento. Cercare di capire cosa ti accade e andare alla radice, ciò ti permette di evolvere. Quindi, quel senso nuovo che ho trovato me lo tengo nel cuore come una cosa molto cara, e ringrazio quel fallimento perchè mi ha fatto capire da dove deriva quella struttura illusoria. Certo, accettarlo davvero, non è facile, significa averlo veramente compreso, significa andare molto in profondità.

Come farlo? Attraverso la Meditazione!

Alle volte, mi sembra che tutte le cose che uno persegue, e che sono destinate a fallire, rispecchiano i valori del sistema. Un sistema fallimentare e fatto per l’infelicità. Se però stai in un cammino di libertà interiore, ogni volta che ti fallisce qualcosa tu puoi svelare parte di questo cammino.

Quello che desidero, spesso lo posso ricondurre proprio ai modelli di questo sistema, rifiuto allora quei modelli che generano in me sofferenza e contraddizione. Ogni volta che incorro in un fallimento, e invece di sostituire l’oggetto o la cosa fallita con un’altra, rivedo i miei valori, allora sto avanzando internamente.

“Si sentivano trionfatori”… diventa evidente che di trionfante non hanno nulla, sembrano omuncoli, sembrano “vegetali dalla vita scialba e opaca”. L’immagine dei vegetali rende molto bene l’idea, come privi di volontà.

Naturalmente, quando inseguo una cosa, non mi immagino che fallirà, la faccio caricandola di immagini di riuscita. Però poi, quando riconosco un fallimento, posso imparare molto, perchè quel vuoto interno che mi lascia fa la differenza!

Quando si parla di “vittoria finale” si potrebbe parlare di morte? …si può tradurre così?
Per me ‘vittoria finale’ vuol dire sentirsi coerente con quello che fai e sei, è svelare il senso profondo delle cose.

In ogni caso non è una cosa che scopri subito bensì “nel corso di molti giorni”… Anche lui è passato dalle tenebre più oscure.

Finché non sperimenti, non riuscirai a comprendere. Ci propone di sperimentare con un’ottica nuova: il fallimento come “non adeguamento” ai sensi provvisori. Non ci sta dando un’ultima verità, ma propone una ricerca, una direzione. Non parla solo di cose grandi ma anche di cose piccole e quotidiane.

Se ti chiedi da dove parte l’azione, se c’è ricerca e volontà di andare oltre l’immediato, se guardi con gli occhi puntati al futuro, allora stai dando un senso e un significato a ciò che è fallito. Se non fai questo, allora ritorni al passo precedente. Quest’operazione ti permette di superare la sofferenza in te e negli altri.

Dopo un fallimento, con quella sensazione chiara e riconoscibile di “fallimento” che porto nel cuore, tutto quello che succede va bene, non ho più aspettative e “sto in quello in cui sto”.

Le più grandi comprensioni avute nella vita le ho sempre raggiunte grazie ai fallimenti e non grazie ai trionfi.

(Riccardo, Emanuela, Alessandro G, Sandra e  Anna)

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